EREMO DI SAN COLOMBANO IN LOCALITA’ POGGIO CONTE (CHIUSA DEL VESCOVO) SUL FIORA

Finalmente venne il giorno dell’Eremo di San Colombano! L’escursione ci porta in un luogo immerso in un vero Paradiso terrestre, estremo Eden della nostra cara “Tuscia” Viterbese! Una naturale esedra protetta da un’elevata costa tufacea del Fiora, circondata da fitta vegetazione.

Così dove concepito, l’eremo, privo di indicazioni turistiche, riesce difficile individuarlo! Ben nascosto da occhi indiscreti e posto su un tratto del fiume ove il sentiero, poco più avanti, si chiude contro alte rocce inaccessibili (onde il nome Chiusa del Vescovo)!

Giunti al cospetto di quel naturale “anfiteatro”, del minuscolo cenobio appena si scorge il suo rosone a “giorno”. Posto in alto sulla sinistra, una piccola scalinata, intagliata sulla roccia, cosparsa di foglie e muschi, porta avanti l’ingresso.

E’ qui che alcuni monaci eremitani dell’ordine di San Colombano, hanno trovato pace, conducendo vita grama. A fianco del piccolo eremo, sono presenti altri ambienti ove i religiosi, alla maniera “spartana” abitavano, svolgendo la loro attività pastorale vivendo dei frutti del bosco e di elemosine.

Presenti altre grotte sulle pareti intorno, che dovevano servire per scontare un ulteriore isolamento, dalla più profonda preghiera, alla penitenza ed al contenimento.

Gli storici fanno risalire le costruzioni al XIII secolo mentre appare, in tutta evidenza, il riutilizzo di emergenze etrusche, rimaneggiate abilmente da artigiani medievali, portatori di conoscenze dell’ordine architettonico gotico. Capolavoro di intagli, colonne ed archi, il romitorio presenta due ambienti veri e propri. Quello d’ingresso sul cui soffitto sono ricavate delle cornici a forma di cuore. Alla base di questo, intorno alle pareti a destra e sinistra del portale, erano dipinti i dodici apostoli, le cui immagini, separate dalla pietra sono state trafugate ed avviate al mercato clandestino “svizzero”. In seguito sei di queste sono state recuperate dai carabinieri ed ora esposte al Museo di Ischia di Castro.

Sulla sinistra dell’ingresso, un corridoio laterale, che sfugge all’occhio a prima vista. Con andamento circolare, porta dietro l’altare. L’accesso alla seconda sala è diretto, questa rappresenta il luogo più interessante e più controverso del tempio!

Il “cielo”, si presenta con volta a crociera quadripartita, mentre ogni angolo risulta ancora diviso da una carenatura centrale. Tutta la volta, così ripartita, è stata affrescata con dipinti che presentano motivi boschivi e floreali, tralci di vite selvatica e foglie di quercia. Altri dipinti assimilabili al mondo onirico, al gioco delle carte ed alla riproduzione del genere umano, lasciano un po’ perplessi!

Nella foto forse elementi sessuali maschili e femminili stilizzati. Potrebbero rappresentare il succedersi del genere umano sulla terra. Giacché ogni uomo non è altro che la perpetuazione del suo genere fin dalla nascita della specie umana, come la donna ne rappresenta la discendenza femminile.

Dietro l’altare presenti una sedia intagliata nella roccia e due dipinti ormai appena leggibili, che ritraggono San Colombano e S.Antonio Abate.

Il rosone, sovrapposto al portale di ingresso, risulta orientato a mezzogiorno a permettere, con straordinaria precisione, intorno alle ore 16.00 di ciascun equinozio, che un fascio di luce penetri nel suo interno per far risplendere il romitorio nella sua bella ricchezza di motivi, pittorici e strutturali.

Era questo un orologio solare, così come tanti altri in Europa, molto utile ancor prima dell’introduzione, nel mondo, di strumenti meccanici per il calcolo del tempo. Calcolava con esattezza i cicli annuali e stagionali e le festività. Elementi utili all’agricoltura ed alla liturgia.

Il fatto che furono gli etruschi a realizzare in negativo il tempio, nello spesso banco tufaceo, lascia perplessi. L’orientamento della sua porta sulla linea equinoziale permette di stabilire con esattezza il perpetrarsi delle stagioni annuali. Gli etruschi dunque già possedevano validi elementi di astronomia? Ma è sufficiente prendere in esame altri “orologi” solari, disseminati nel mondo, per suffragare l’ipotesi che l’uomo, molto tempo prima della nascita di Cristo, già si serviva di “finestre” fisse sull’universo, per stabilire lo scandire del tempo sulla terra. “Stonehenge” e tanti altri monumenti orientati ad arte, utilizzavano il punto di levata e tramonto di alcuni astri e del sole. Quando la sua declinazione era pari a zero era giunta la primavera o l’autunno. Nel momento del solstizio d’inverno, il sole si eclissava nel punto massimo inferiore, mentre nella tarda estate tramontava nel punto massimo superiore.

Il calendario c.d. “Giuliano”, soppiantato da quello “Gregoriano” nel XVI secolo, accumulava una lieve differenza, pari a circa un centesimo di giorno sull’anno solare che, col passare dei secoli, la data d'inizio delle stagioni si spostava man mano all'indietro (si perdeva un giorno ogni 128 anni circa) ed ogni mille anni le stagioni subivano un ritardo significativo.

L’introduzione dell’anno Gregoriano ( 1582) mise un po’ d’ordine nel conto del tempo in Europa. Questo nuovo sistema toglieva parzialmente l’errore dello scivolamento nel tempo, dei mesi convenzionali. Gli anni bisestili ed altre piccole correzioni di riallineamento, previste nel corso dei secoli, facevano il resto. Fu per questo utile creare delle finestre equinoziali nelle chiese, mentre il giorno pasquale veniva stabilito che fosse celebrato nella prima domenica successiva al primo giorno di plenilunio post equinozio di primavera.

Tra le quinte dell’esedra naturale quasi passa inosservato un altro bel monumento, che lascia sospettare che il suo aspetto attuale fosse stato aiutato dalla mano dell’uomo: un doppio cono roccioso continuamente levigato dallo stillicidio di una minuscola vena d’acqua….a mò di clessidra!

Nel corso della visita pomeridiana a Ripatonna Cicognina, un solitario escursionista del luogo ci ha riferito che nei giorni del solstizio d’inverno, giungono in visita nel romitorio di San Colombano, di Poggio Conte, alcune delegazioni di Irlandesi. Il Santo nato in Irlanda aveva assunto il nome Colum bàn (colomba bianca) dalla lingua gaelica. Sappiamo che un monastero dedicato al Santo era presente nel circondario, ma di questo non ne conosciamo l’ubicazione anche perché “si dice” che non ne resta più alcuna traccia.

RIPATONNA CICOGNINA - I Cavalieri Templari della Maremma

Le Vie Francigene (o Romee), dall’Europa Centrale (Canterbury) erano percorse da migliaia di pellegrini in viaggio verso Roma od alla Terra Santa. L’incolumità di questi viaggiatori era assicurata dai Monaci Templari. L’ordine religioso “cavalleresco” cristiano aveva creato, sulle vie di comunicazione, tutta una serie di insediamenti, posti a distanza di 20 30 chilometri l’uno dall’altro, capaci di accogliere e gestire questi flussi. Precettorie, Mansioni e Case Fortezza templari, ospitavano seguivano e garantivano sicurezza a queste migliaia di pellegrini in viaggio verso i luoghi Santi.

Dietro un modesto compenso questi viandanti si fermavano la notte presso Mansioni Templari, consumavano un sobrio pasto e ricevevano informazioni sul viaggio che li attendeva. Di queste case di accoglienza ce n’erano distribuite in tutta Europa circa un migliaio. Con il tempo, l’ordine cavalleresco si arricchì notevolmente, l’invidia generale non mancò tanto che il Papa Clemente V, sobillato dal re di Francia, mise al bando questi onesti cavalieri di Cristo.

I pellegrini, per raggiungere il loro scopo, sceglievano quale via percorrere, a seconda della stagione, delle credenze religiose legate alle reliquie dei Santi dislocate nelle chiese incontrate sul loro cammino ed alla situazione politica dei territori attraversati.

La Via Francigena vera e propria partiva da Canterbury, attraversata la Manica, percorreva Francia, Svizzera, Val D’aosta. Sfiorava poi Milano, toccava rispettivamente Piacenza, Faenza, Pontremoli, Aulla, Sarzana, Pietrasanta, Lucca, Altopascio, San Miniato, San Gimignano, Monteriggioni, Siena, Monteroni d’Arbia, Buonconvento, San Quirico d’Orcia, Acquapendente, San Lorenzo Nuovo, Bolsena, Montefiascone, Viterbo, Vetralla, Capranica, Sutri, Monterosi, Campagnano, Formello, Isola Farnese, per giungere a Roma, attraverso la Via Trionfale. Dal Sud partiva da Brindisi, attraversava la Puglia, la Campania, per buona parte del percorso seguiva il tracciato della Via Appia.

Ma oltre alla via ufficiale, tutta una serie di “ragnatele” prossime a questa, veniva utilizzata per bypassare alcuni passaggi divenuti impercorribili (frane o ponti portati via dalle piene) o ritenuti “pericolosi” per l’incolumità dei pellegrini. Non era infrequente subire assalti di bande di briganti che imperversavano le zone e che “ripulivano” i viandanti di ogni cosa, senza ritegno.

Nella cittadina di Valentano, era attiva una “Precettoria” che controllava i viandanti che provenivano da Acquapendente e, che, volutamente transitavano al di qua del Lago di Bolsena, lasciando la Via Francigena vera e propria.

Oltre alle vie predette erano attive ed anche molto frequentate altre strade più occidentali quali l’Aurelia e la Via Clodia.

L’Aurelia veniva percorsa dai pellegrini provenienti dalla Spagna, dal Portogallo e dalla Francia meridionale, ma in prossimità di Civitavecchia, i viandanti ripiegavano per vie interne raggiungendo la Via Cassia o la Via Clodia attraversando i Monti della Tolfa. In quel periodo la Via Aurelia era interrotta perché insabbiata in località S.Agostino.

Ripatonna Cicognina é posta a picco su una rupe scoscesa sul corso terminale del Torrente Olpeta. Presumibilmente, il toponimo ne ricorda la nidificazione di alcune garzette bianche (c.d. cicognine).

Sul margine alto della costa tufacea, entro cavità naturali ove, da tempo immemorabile, ha abitato l’uomo, intorno al XII secolo i Cavalieri Templari realizzarono una loro Mansione.

IN UNA SALA INTERNA DEL SITO DI “RIPATONNA” E’ ANCORA PRESENTE UNA CROCE PATENTE DEI TEMPLARI. LA STESSA HA SUPERATO LA DISPOSIZIONE DEL RE DI FRANCIA E DEL PAPA DI FAR CANCELLARE OGNI SIMBOLO DELL’ORDINE CAVALLERESCO PRESENTE IN EUROPA. MA QUALCUNO, DI RECENTE, NE HA ASPORTATO UN BRACCIO DELLA CROCE. LA SOLITA MANIA …

“Non nobis, Domine, non Nobis sed Nomini tuo ad gloriam”
Non a noi, non a noi Signore da' gloria, ma al nome tuo" .
(Motto dei Cavalieri Templari dell’ordo del Tempio.)

La posizione consentiva il controllo dei pellegrini che transitavano sulla Via Clodia, posta nei pressi, per raggiungere Roma. La strada superava il Fiora attraverso il Ponte San Pietro, lì prossimo, proveniente da Grosseto, Sorano-Sovana-Pitigliano. Mentre a sud toccava Castro diruta, Pietrafitta, Tuscania ed il Castello di Respampani, ove entro le grotte della Porcareccia potevano passare la notte e ricevere un piatto caldo. Le grotte in parola, da noi aperte di recente, saranno oggetto di una prossima escursione. Tali grotte potevano ospitare pellegrini a centinaia. La Via Clodia proseguiva per Norchia ed il basso viterbese e quindi Roma.

Vanì, 05-01-2016


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